25 dicembre 2020

Non amo il Natale. È una festa "comandata" che ho sempre vissuto come un obbligo. Per lo meno questa era la sensazione che mi arrivava quando, da bambino, andavo coi miei genitori al "raduno annuale" della famiglia, imposto dal mio nonno materno. Morto lui, finiti i raduni. Per molti, infatti, è più una tradizione, un'occasione per incontrarsi, che una celebrazione di tipo religioso. Ma chi ha voglia di stare insieme non ha bisogno di scuse per farlo. Io non sono religioso, come non lo erano i miei genitori e, più in generale, nessuno della famiglia. Considero le religioni un'arma per manipolare la massa. Ben vengano quando ci insegnano a non uccidere, a non rubare e a non invidiare gli altri. Ma le ritengo riprovevoli quando vorrebbero impedire a due omosessuali di amarsi e vivere per sempre felici e contenti. Inaccettabili se calpestano la dignità e i diritti delle donne. Abbominevoli quando si compiono stragi in nome di esse.
Stare insieme, parlare guardandosi negli occhi, abbracciarsi, baciarsi rimangono le cose più belle che ci siano, quando c'è il desiderio di farlo. Ve lo dice uno che preferisce un folto numero di alberi a un folto numero di persone. Finita la pandemia ci sarà ancora tempo per ritrovarci insieme. Adesso però volerci bene significa difenderci da questo virus. Non dovremmo aver bisogno di subire manipolazioni di massa per farlo. Basterebbe
il buon senso. Anche nel dubbio che non esista alcun nemico invisibile.