PERCHÉ SONO UNO STREEPHER

Riuscire a cogliere quelle piccole sfumature della vita quotidiana che sanno trasformare l'ordinario in straordinario: è questa la sfida. Uno sguardo, un gesto, un'espressione. Nessun uomo è un'isola?! Io non credo! Direi anzi che è vero il contrario! E ogni volta che navigo tra questi arcipelaghi di anime, rimango ammaliato dalla varietà dei microclimi. Immagino di attraversarli con un sommergibile. La fotocamera è il mio periscopio. A ogni foto che scatto, è come se rubassi un fermo immagine all'ipotetico film che sto girando nella mia mente. Quanti personaggi principali in migliaia di sceneggiature per milioni di film che non vedrò mai! Alcuni vorrei abbracciarli forte, dir loro che andrà tutto bene... o sentirmelo dire. Ma non è possibile. Così scatto una fotografia da portare via con me, per sempre.


- Sapeva leggere, Novecento. Non i libri, quelli sono buoni tutti. Sapeva leggere la gente, i segni che la gente si porta addosso.  Posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia... tutta scritta addosso. Lui leggeva e, con cura infinita, catalogava, sistemava, ordinava, in quella immensa mappa che stava disegnandosi in testa. Il mondo magari non l'aveva visto mai, ma erano quasi trent'anni che il mondo passava su quella nave. Ed erano quasi trent'anni che lui, su quella nave, lo spiava. E gli rubava l'anima. -
Tratto dal film La Leggenda Del pianista Sull'Oceano di Giuseppe Tornatore


La Gente: un insieme di persone di cui, in fondo, ho un po' paura. Temo la loro stupidità come temo la mia. Perché la stupidità può uccidere. Può essere bieca e malevola, la gente, e troppo spesso grigia. Quando sono tra la folla, io sono la gente: giudico, scanso, tralascio...  e me ne vado via colpevole. Ma a volte, tra quella stessa folla, mi capita di notare persone che non sembrano affatto grigie. Alcune sono verdi, qualcun'altra è blu oppure rossa, nonostante tutto, ed io sento il bisogno di catturarla in una foto per dimostrarlo.


Faccio il pendolare, da un po' di anni a questa parte. La stazione ferroviaria, immenso crocevia di individui di tutte le etnie e nazionalità, è diventata la mia riserva di caccia. In questa affascinante terra di nessuno si intrecciano così tante storie, ogni giorno, che meriterebbero di essere tutte quante raccontate. Io faccio quello che posso. Credo che, fotografare, sia un modo per far girare il Tempo dall'altra parte e accarezzare di nascosto l'Eternità, anche se è solo per un attimo. 


Guardare la gente, quando nessuno si accorge di te, è come assistere allo spettacolo pirotecnico della spontaneità... un'esplosione di stati d'animo di tutti i colori. Pare quasi di trovarsi in un asilo, tra decine di bambini che giocano e interagiscono tra di loro. Eh sì, gli occhi dei fanciulli sono davvero lo specchio dell'anima, perché non hanno filtri. Come le espressioni degli adulti assorti nei loro pensieri e nelle proprie faccende. Cammino tra la folla, mentre vado a lavorare, incontrando avvocatesse, segretari, operai, militari, professoresse, studenti, capotreno, turisti, vagabondi e macchinisti. Mi muovo tra queste persone consapevole che non sarò mai uno di loro. E li guardo con una sorta di ammirazione... Sembra che tutti abbiano trovato il proprio posto nel mondo. Tutti tranne me. Forse il mio ruolo è quello di rubare le loro verità per consegnarle a chi non ne ha. Perché è questo che fanno, in fondo, gli streephers.


- Rachel, tutto... tutto questo non... non c'entra con... me! Io dentro ho qualcosa... qualcosa di più.
- Bruce... sì, forse dentro di te sei rimasto lo stesso ragazzo di una volta, ma non è tanto chi sei, quanto... quello che fai che ti qualifica.

Tratto dal film Batman Begins di Christopher Nolan


È quello che facciamo che ci qualifica? Io ho studiato sax per 4 anni, altrettanti la chitarra, ho imparato a cantare, ho fatto il manovale, lo scaricatore ai mercati generali (di notte), il babysitter, il fattorino, il tecnico della messa in onda di programmi televisivi, l'insegnante di chitarra, il titolare di un videonoleggio, il tecnico delle registrazioni in esterna per conto di un'emittente radiofonica, il cantante di strada, il pony express, l'imbianchino, ho suonato nei pub e nei ristoranti, ho fatto il venditore di multiproprietà a Tenerife, l'intrattenitore musicale in un talk show, il fonico, il cablatore di pc, l'insegnante in corsi per il conseguimento dell'ECDL, ho seguito un master per generalist artist 3D, ottenendo la Certificazione Autodesk, e ho partecipato a un seminario di fotografia. Ho fatto il fotografo per una società che gestiva una location per eventi e l'insegnante di grafica 3D. Ho conseguito l'attestato professionale OEPAC grazie al quale ora faccio l'educatore nelle scuole medie per ragazzi con disturbi cognitivo-comportamentali. Ho anche fatto cose di cui poi mi sono pentito. Amaramente. Ho sentito il sapore acre di chi tocca il fondo e, in un attimo di lucidità, sono sprofondato nella disperata consapevolezza di essere mediocre. Ognuno ha i suoi mostri da combattere ed io ho bisogno di imparare ogni giorno qualcosa di nuovo per andare a dormire sereno. La verità è che non sono niente di tutto questo. Neanche un fotografo. Uno streepher, forse. Di un grigio medio... Al 18%.

La strada! La odio e la amo con la medesima intensità. È da lì che provengo. Ed è lì che, ogni volta, ritorno. Il mio imprinting con la strada non è stato dei migliori. Da ragazzino fui spesso vittima di bullismo. Ma non a scuola. Per le strade del mio quartiere! Erano gli anni '70 e la periferia di Roma era misera e pericolosa. I "Cacacazzi", li chiamavo. Erano molto più grandi di me, e si muovevano in branco. Io avevo circa 12 anni. Quando mi avvistavano, i Cacacazzi mi raggiungevano correndo per prendermi a calci e pugni. Nei giorni più fortunati si limitavano a riempirmi di sputi. E se ne andavano via ridendo, lasciandomi addosso le cicatrici dell'umiliazione. Ma io non scappavo mai, scorgendoli: se poi fossero riusciti a prendermi, sarebbe stato ancora più umiliante. Fu un periodo orribile durante il quale non dissi mai nulla a casa. Mi vergognavo troppo. Mio padre mi avrebbe giudicato un debole. Lui era molto bravo a difendersi. Sapeva usare bene le mani, lui! 

Fare il cantante di strada fu una sorta di rivincita con me stesso: erano gli anni '90 e il centro storico di Roma non era né misero né pericoloso. Mi ci volle comunque una grossa dose di coraggio per esibirmi ogni giorno davanti a tutta quella gente a passeggio che spesso mi trattava come un mendicante. Nel frattempo, vedendo quotidianamente così tanti passanti, arricchivo il mio background emotivo affinando la capacità di osservazione. Questa esperienza durò circa tre anni. Mille giorni che rimarranno per sempre tra i ricordi più belli della mia vita... 

Dopo tanto tempo, eccomi di nuovo in strada a immergere le mie mani nella sua linfa vitale. Stavolta per fotografarla, la gente. Perché, in fondo, la strada È la gente. E la gente è la Vita. Cosa c'è di più bello?

La fotografia è una delle poche cose che sa sempre lasciarmi a bocca aperta, in tutti i suoi generi. Dalla Macro, che mi fa scoprire nuove galassie; alla Glamour, che riesce sempre a farmi ubriacare; fino all'Astrofotografia, che sa farmi tornare coi piedi per terra. Ma è attraverso la Street Photography che riesco a fare pace con me stesso. Non pensavo che avrei trovato ancora qualcosa che mi aiutasse a farlo. Prima di Lei, mi succedeva soltanto con la Musica, fin quando non abbiamo iniziato a odiarci.


A differenza di alcuni fotografi di strada, che escono di casa appositamente per fare Street Photography e, come pescatori di fiume, hanno la pazienza di appostarsi per ore aspettando il momento giusto, io non cerco le foto che poi scatto. Sono le foto a venirmi incontro mentre cammino per andare a lavorare. Dedico alla Street quel piccolo ritaglio di tempo che va da quando scendo dal treno a quando entro in metropolitana (e viceversa, durante il ritorno verso casa). Mi piace pensare che sia il destino a farmi passare di lì in quel preciso istante e non un momento prima, o un attimo dopo. Credo che ci sia davvero tanta bellezza davanti al naso di ognuno di noi, proprio sotto gli occhi di tutti, ma a volte si direbbe che sia l'unico ad accorgermene. Ed è proprio questa la Magia! Infatti non ho ancora ben capito se sia stato io a scegliere la Street o lei me, perché nel dicembre del 2015, quando ancora non facevo questo genere fotografico, dimenticai la mia Canon 5DMkII sotto al sedile, scendendo in tutta fretta dal treno, per non ritrovarla più. Vissi lo smarrimento della fotocamera come una vera e propria tragedia perché non avevo i soldi per comprarne un'altra. Riflettendoci meglio, forse non è stata la Street, a scegliermi, ma la Stazione stessa quando ha ordinato al treno di ingoiare la mia fotocamera... Un’altra Magia?

Dopo quattro "lunghissimi" mesi, riuscii a mettere insieme circa 350 euro per acquistare una Fujifilm X30 nuova. Non ne ero molto entusiasta ma non potevo permettermi altro. Era come scendere da una Ferrari per montare su una Fiat 500. Se non avessi perso la mia Canon, non l'avrei certamente comprata! Per fortuna avevo sottovalutato la piccola Fuji. Grazie alle sue dimensioni estremamente compatte, abbinate a una qualità delle immagini di tutto rispetto, considerando le dimensioni del suo sensore, diventammo davvero inseparabili e cominciai a fotografare di nascosto le persone che viaggiavano sul mio stesso vagone. Spesso, pendolari come me.


Una sola vita non è sufficiente. Come quando sei su un treno, mentre corre, e guardi fuori dal finestrino. Campi arati, solchi di grano, tralicci, case rurali, greggi. Centri abitati, ruderi, fiumi, stradine di campagna. Capannoni, piccole centrali elettriche, grandi parcheggi vuoti. Lunghe gallerie buie. Cantieri, cave, scheletri di palazzine mai ultimate. Treni spaventosi che sfrecciano in senso contrario. Rimesse di caravan, campi sportivi, sfasciacarrozze. Una vita sola non mi basta. Vorrei scendere dal treno ogni volta che cambia il panorama. Conoscere le persone che, quel panorama, lo respirano ogni giorno... e fotografarle mentre lo fanno. Fermarmi in quei luoghi per un mese, un anno o quanto mi pare per poi riprendere il viaggio. Questo sarebbe un bel modo di vivere, se solo ne avessi il coraggio!


Devo fare una piccola confessione: essere pendolare per me è davvero angosciante. Il distacco e l'allontanamento dal mio ambiente familiare mi crea ansia, tanta ansia, soprattutto durante i mesi più freddi. Prima di scoprire la Street, il tragitto che andava da casa a lavoro era la parte peggiore della giornata. Fare foto in stazione è stato terapeutico. Ora vivo l'attesa di arrivare in stazione quasi fosse la mia catarsi. Penso alle infinite immagini interessanti che potrebbero presentarmisi davanti se solo avrò il coraggio di allungare la mano per afferrarle. Amo fotografare gli estranei in stazione e credo che l'amerò sempre, anche quando riuscirò a smettere di fare il pendolare. Già so che un giorno tutto questo, paradossalmente, mi mancherà.


Rimango sempre estremamente affascinato dalla bellezza e dalla bravura di alcune modelle e dei loro fotografi. Saper tradurre quell'esteriorità in elegante innocenza, complice malizia o vitale sensualità, la ritengo pura Arte. Ho provato a farlo anch'io, un paio di volte, ma non fa per me. È in netto contrasto con la mia necessità di passare inosservato per rubare quella spontaneità di cui ho tanto bisogno. Non riesco a dire "sei fantastica" a ogni scatto, oppure suggerire cosa esprimere o come sentirsi. Sarebbe come chiedere al proprio partner: - vorrei che adesso mi sussurrassi "ti amo" di tua spontanea volontà -.

Potrei tentare una collaborazione di un paio di giorni con una modella, seguirla nella sua quotidianità e fotografarla quando meno se lo aspetta, ma lo ritengo troppo complicato da realizzare. Insomma, sono incastrato. Dovrò prendere il treno anche quando non ne avrò più bisogno, se vorrò ancora scattare le istantanee che piacciono a me!


Ci sono giorni in cui mi impongo di non portare la fotocamera. Un po' per andare più leggero e un po' per non far diventare anch'essa un'abitudine. Ma appena scendo gli scalini del treno, mi assale una spiacevole sensazione di disagio. È come se non avessi il mio braccio artificiale, il mio super potere, la mia coperta di Linus. Cammino senza guardarmi attorno per paura di vedere, e non poter immortalare, la Foto della mia vita. Quella che non farò mai. 

Uno dei miei libri preferiti è Narciso e Boccadoro, di Hermann Hesse. Ho pianto a dirotto durante la lettura dell'ultima pagina. Non mi era mai capitato, per un libro.


Invecchiare è una grande conquista, lo so. Ma è anche un grosso fardello. Migliaia di giovani imprigionati in corpi fragili e doloranti, vittime di un incomprensibile maleficio. Nessuno sa il perché. Quello che i loro occhi hanno visto e vissuto, ciò che erano quando tutte quelle cicatrici, che chiamiamo rughe, non gli avevano ancora stravolto i tratti somatici, esiste solo nella loro mente. E non sempre. Ricordi quant'eri ingenuo, innocente e inconsapevole? Il fatto è che la vita, nella maggior parte dei casi, prima ti fa l'esame e poi ti insegna a superarlo. Siamo trogloditi, è questa la verità. Perché la vecchiaia è soltanto una malattia per la quale ancora non esiste una terapia e, per digerirla, filosofeggiamo sul vero senso della nostra esistenza dopo esserci ingozzati di dogmi riguardo quello che troveremo alla fine del tunnel.


-Com'è tragico- mormorò Dorian Gray, gli occhi fissi sul suo ritratto -com'è tragico! Io diventerò vecchio, brutto, ripugnante. E questa immagine rimarrà sempre giovane. Giovane quale io sono in questa giornata di giugno. Oh, se si potesse realizzare il contrario! Se io dovessi rimanere sempre giovane, e il ritratto diventasse vecchio! Per questo darei qualunque cosa! Darei la cosa più preziosa del mondo! Darei anche la mia anima per questo!-
Tratto dal libro Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde


Fosse stata una semplice fotografia, invece di un dipinto, per Dorian non avrebbe fatto alcuna differenza, ovviamente. Certo, a lui non interessava tanto l'immortalità quanto conservare il suo giovane aspetto. Ma rimanere per sempre giovani può portare allo stesso risultato.


È straordinario come Il nostro istinto di sopravvivenza ci spinga a immortalare l'attimo fuggente. Che sia una foto, un quadro o una scultura è comunque un grido di battaglia. Perché l'Arte è, nella sua massima espressione, la ribellione dell'Anima. Un giorno, quando verrà scoperta la cura per debellare questa terribile piaga che è la vecchiaia, inizieremo a esplorare lo spazio profondo, e i personaggi principali di tutte quelle belle sceneggiature diventeranno viaggiatori galattici che, su treni interstellari, navigheranno verso l'infinito... e oltre. Così, pianeta dopo pianeta, arriveranno fino a Dio per chiedergli come si chiama veramente. E non avranno bisogno di domandargli altro, perché nel significato del Suo nome ci sarà la spiegazione di tutto.


- Io non ci credo, in Dio... e forse Lui se ne è accorto. -
Tratto dal film Philomena di Stephen Frears


Per fortuna, tra quella stessa folla di cui faccio parte mio malgrado, esistono degli individui che non sono affatto grigi come me. Alcuni sono verdi, qualcun altro è rosso oppure blu. Nonostante tutto. Ed io sento, ogni giorno più forte, l'irrefrenabile desiderio di catturarli in una foto.

Perché sono uno streepher.